Nel Giorno della Memoria la storia di un film dimenticato

Al MIC: Nigth will fall – Perché non scende la notte

s_400_250_16777215_00_images_cinema_mic.jpgÈ difficile affrontare il tema della Shoah senza incorrere in inevitabili retoriche argomentative e riflessive. Inevitabilmente, infatti, il coinvolgimento emotivo ed l’intenso pathos a cui, una volta l’anno, permettiamo di sconvolgere il nostro stato d’animo, prendono il sopravvento e quasi oscurano qualsiasi altro tipo di riflessione.

Il Museo Interattivo del Cinema, MIC, è riuscito a rispondere all’imperativo morale di informazione e di diffusione del messaggio dell’irripetibilità imposto dalla giornata del 27 gennaio, dedicata alla memoria delle vittime del genocidio nazista, in una maniera che si allontana dai classici canoni di sensibilizzazione estremizzata. Si è deciso, infatti, di cambiare la prospettiva dalla cui ottica trattare il tema, raccontando la storia di chi per primo si è fatto testimone della scoperta di ciò che avveniva all’interno dei campi di concentramento nazisti. Il documentario “Nigth will fall – Perché non scende la notte”, trasmesso nella sala cinematografica del MIC, racconta la storia travagliata ed incompiuta di un film intitolato “German Concentration Camps Factual Survey - Indagine fattuale sui campi di concentramento tedeschi” commissionato dal premier britannico Winston Churchill ad Alfred Hitchcock ed a Sidney Bernstein, che avevano ottenuto dalla Divisione guerra psicologica del comando generale delle forze di spedizione alleate in Europa l’autorizzazione a rendere pubblico il piano di sterminio attuato nei confronti degli ebrei.

Infatti, lo scopo della realizzazione di tale pellicola era quello di mostrare al mondo intero i crimini dei nazisti, colpevolizzando anche la popolazione tedesca, soprattutto quella che, silente, trascorreva la propria vita tranquilla a pochi metri da dove avveniva l’orrore.

Il materiale dal quale attingere per la realizzazione dello stesso consisteva nelle immagini riprese dai militari inglesi, americani e sovietici, denominati film makers che, al seguito delle truppe di liberazione, hanno documentato l’orrore di undici campi di concentramento, tra cui Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Majdaneck e in particolare Bergen-Belsen.

Quelle stesse immagini vennero, poi, anche utilizzate contro le SS nel corso del Processo di Norimberga come ulteriori prove della loro colpevolezza. La sfida per Hitchcock era quella di rendere quelle sequenze infernali ed inimmaginabili più credibili possibile; non frutto di un artifizio hollywoodiano bensì prodotto reale di crudeltà disumana. Il raggiungimento di tale obbiettivo richiedeva un lavoro di montaggio estremamente accurato che allungò a dismisura i tempi di realizzazione del film. Infatti, dopo soli pochi mesi dalla fine della guerra, il nuovo scenario geopolitico mutò notevolmente l’atteggiamento delle potenze vincitrici nei confronti della Germania che da nemico diventava un possibile e strategico alleato contro l’Unione Sovietica, agli albori della guerra fredda.

Così questo progetto cinematografico venne affidato dagli americani al regista Billy Wilder, con la precisa indicazione di raccontare quanto accaduto senza, però, calcare troppo la mano. Venne realizzato, quindi, il film “Death Mills – i Mulini della Morte”: un racconto reale e drammatico ma epurato dalle immagini più crude. Il materiale montato da Hitchcock, invece, venne archiviato negli scaffali dell’Imperial War Museum di Londra, schedato con la sigla F3080. Settant’anni dopo il film torna alla luce grazie ad Andrè Singer, documentarista e antropologo, che ha utilizzato quel materiale dimenticato per la realizzazione di “Night will fall”. Un pezzo di storia del cinema all’interno di un capitolo della storia umana da non dimenticare.

Maria Monesi

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